Riflessioni sulla ricerca azione “imparIAmo – a scuola con l’IA” promossa dall’associazione Impara Digitale
di Roberto Maragliano
Parlando di ricerca sulla scuola è utile distinguere almeno tre modi diversi di interrogare la realtà: la ricerca osservativa, la ricerca sperimentale e la ricerca-azione. Non sono tre livelli di rigore, né necessariamente tre alternative. Sono modi diversi di costruire il rapporto tra chi fa ricerca e la realtà sulla quale si fa ricerca.
La ricerca osservativa cerca di conoscere ciò che accade senza intervenire intenzionalmente per modificarlo. Se volessimo studiare il rapporto tra scuola e intelligenza artificiale in questa prospettiva, potremmo osservare come docenti e studenti già usano l’IA, in quali occasioni vi ricorrono, quali problemi incontrano, quali comportamenti sviluppano. Potremmo scoprire, per esempio, che uno studente preferisce chiedere a un sistema di IA la spiegazione di un concetto che non ha capito invece di rivolgersi al docente o ai compagni. Il fenomeno esiste indipendentemente dalla ricerca: il ricercatore cerca di vederlo, documentarlo e comprenderlo.
La ricerca sperimentale procede diversamente. Introduce intenzionalmente una condizione e cerca di valutarne gli effetti. Potremmo, per esempio, proporre a gruppi diversi di studenti lo stesso compito, consentendo ad alcuni l’uso dell’IA e ad altri no, e confrontare successivamente i risultati. Oppure potremmo far utilizzare a classi diverse due differenti modalità di interazione con l’IA per verificare quale produca determinati effetti. In questo caso è la ricerca a predisporre una situazione in funzione di ciò che intende verificare.
La ricerca-azione introduce un rapporto ancora diverso. Non si limita a osservare una realtà già data e non assegna ai soggetti un trattamento del quale misurare gli effetti. Individua un problema, costruisce un quadro comune e chiama chi opera nella realtà studiata a intervenire su di essa, progettando, agendo, osservando gli effetti dell’azione e tornando eventualmente a modificarla.
È in questa terza prospettiva che va collocata l’esperienza della ricerca-azione ” ImparIAmo – a scuola con l’IA”, giunta ora alla sua seconda fase.
Alle scuole non è stato detto semplicemente: usate l’intelligenza artificiale in questo modo e vediamo che cosa succede. Ai Consigli di Classe è stato chiesto di progettare autonomamente un’Unità di Apprendimento, scegliendo obiettivi formativi, strumenti, strategie e attività in rapporto alle esigenze della propria classe. Il progetto ha fornito un quadro e degli strumenti di documentazione e valutazione, ma ha lasciato alle scuole uno spazio effettivo di decisione.
Questa libertà non è soltanto una caratteristica organizzativa della ricerca. È una sua condizione conoscitiva.
Se assegno a una scuola una determinata modalità d’uso dell’IA, posso verificare che cosa succede quando quella modalità viene applicata. Se invece chiedo alla scuola di progettare l’uso dell’IA, posso conoscere anche qualcosa che non avevo predeterminato: che cosa quella scuola considera importante, quali problemi vede e quali non vede, che ruolo assegna al docente e agli studenti, che cosa intende per apprendimento, quali aspetti dell’IA trasforma in oggetto didattico e quali tratta invece come semplici questioni tecniche.
La scuola, insomma, non esegue soltanto il progetto della ricerca: mette nel progetto se stessa. Vi porta le proprie competenze e le proprie difficoltà, ma anche le abitudini, le convinzioni, le gerarchie e i pregiudizi che fanno parte della sua cultura professionale. E proprio per questo anche ciò che non viene fatto o pensato può acquistare valore di dato.
Un esempio offerto da questa seconda fase di “ImparIAmo” è particolarmente significativo. La protezione dei dati non è stata scelta come obiettivo formativo da nessun Consiglio di Classe, mentre i vincoli relativi all’età e alla privacy sono comparsi tra le criticità incontrate. La stessa questione è dunque presente, ma viene vista prevalentemente come ostacolo all’uso dello strumento e non come possibile oggetto di apprendimento. Una ricerca-azione permette di considerare interessante proprio questo scarto: non soltanto ciò che la scuola sa dell’IA, ma il modo in cui organizza ciò che sa e ciò che ritiene importante insegnare.
Un ulteriore esempio riguarda le classi che hanno modificato il progetto durante il suo svolgimento senza dichiarare di aver incontrato particolari criticità. Non necessariamente, dunque, hanno corretto qualcosa che non funzionava. Hanno osservato ciò che stava accadendo e hanno deciso di regolare diversamente la propria azione. Qui il cambiamento del progetto non rappresenta un disturbo da eliminare per conservare la purezza dell’esperimento: è esso stesso parte del risultato, perché mostra una capacità di riflessione e di riprogettazione della pratica.
La ricerca-azione consente così di produrre due ordini di conoscenza. Il primo riguarda direttamente l’oggetto dichiarato della ricerca: che cosa accade agli apprendimenti, quali competenze vengono sviluppate, quali strumenti e metodologie risultano associati a determinati esiti, cosa avviene a livello di progettazione didattica. Il secondo riguarda il soggetto che agisce: che cosa la scuola fa quando le viene affidato un problema nuovo e dispone di uno spazio autentico per affrontarlo.
Nel caso dell’intelligenza artificiale questo secondo livello assume un’importanza particolare. L’IA è ancora abbastanza nuova da mettere in movimento consuetudini che normalmente restano invisibili. Costringe a decidere chi formula le domande, chi controlla le risposte, che cosa debba essere valutato, quanto spazio dare all’autonomia degli studenti, che rapporto stabilire fra prodotto e processo, fra conoscenze e competenze.
Per questo “ImparIAmo” dovrà essere letto tanto come una ricerca sugli effetti dell’intelligenza artificiale nella scuola quanto come un dispositivo attraverso il quale la scuola, agendo sull’IA, rende visibile il proprio modo di intendere la didattica.
La domanda, allora, si sdoppia. Che cosa fa l’intelligenza artificiale alla scuola? Ma anche, e forse soprattutto: che cosa fa la scuola dell’intelligenza artificiale?
La ricerca-azione tiene aperte entrambe le domande. E ciò che emerge non costituisce un verdetto sulla scuola, ma materiale perché la scuola possa tornare a interrogare e riprogettare sé stessa.
Sito di riferimento in cui sono pubblicate le sintesi dei report https://www.imparadigitale.it/impariamo-a-scuola-con-lintelligenza-artificiale-2025/