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Una scuola fatta bene

Contributo di Roberto Maragliano pubblicista, già Università Roma Tre

 

scuola-futuro

Conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza”. L’autore di questa frase è Edgar Morin, il pensatore francese (o meglio europeo, o meglio mondiale) che ha appena compiuto cento anni. Molti lo conoscono, anche in ambito scolastico, per via delle riflessioni che, in tempi recenti, ha voluto dedicare ai temi della formazione. In particolare, per come ha saputo, in modo pacato e sereno, teorizzare il bisogno di rivederne i principi fondanti, alla luce di una rappresentazione complessiva e integrata dell’essere umano, dove convergano positivamente elementi fisici, biologici, psichici, culturali, sociali, storici. Una formula che piace molto, anche qui da noi, tra le tante usate a questo proposito da Morin, è quella secondo cui “è meglio una testa ben fatta piuttosto che una testa ben piena”. 

Da qui, io credo, conviene partire per avviare un ragionamento costruttivo e non solo ansiogeno su quel che sarà delle scuole, quando, tra poco, ne verranno (se e come ne verranno) riparti i battenti.

Non possiamo ignorare che tutti – insegnanti, dirigenti, studenti, genitori, osservatori interessati e disinteressati – siamo ancora sotto shock. Ma dobbiamo anche evitare di fare l’errore di un anno fa, quando, per effetto del lockdown radicale subito e dunque di quella chiusura degli edifici e delle abitudini ad essi legate che comportò, almeno per alcuni, anche una chiusura delle menti, ci si cullò nella speranza, diventata talvolta illusoria certezza, che l’emergenza sarebbe presto finita e che le cose avrebbero potuto tornare alla normalità, sia pure con qualche acciacco, sia pure sopportando una fase di purgatoriale convivenza della presenza in aula con la distanza via rete.

Oggi questo pensiero non possiamo più permettercelo. Una cosa l’abbiamo imparata, ed è che, in frangenti come questi, non possiamo nutrirci di certezze.

Ed ecco allora che il monito di Morin viene a proposito: dobbiamo imparare a pensare dialogando con l’incertezza, dobbiamo rinunciare a riporre fiducia sulle verità assolute. 

Ciò vale per l’emergenza sanitaria e per quella economica, come stiamo imparando a riconoscere sulla nostra pelle. 

Vale anche per l’emergenza scolastica? 

E in che cosa consiste l’emergenza scolastica? 

Deriva solo dalle difficoltà, o anche dall’impossibilità, ampiamente documentata, fin qui, di riproporre a distanza, utilizzando l’infrastruttura tecnica (tra l’altro non pienamente adeguata) della rete, le pratiche didattiche dell’insegnamento in presenza, o porta alla luce qualcos’altro, che nelle condizioni “normali”, prima della pandemia, era difficile cogliere?

Nel primo caso ci sarebbe solo da aspettare che passi la nottata, e dovremmo armarci di fatalismo e pazienza. Nel secondo, non potremmo star fermi ad aspettare. Dovremmo capire ed agire.

Qual è, in questa seconda prospettiva, l’insegnamento dell’emergenza scolastica? 

Per individuare una risposta vi invito a spostare l’attenzione dalle scuole e indirizzarlo ad un altro spazio di educazione ed autoeducazione, quello culturale, comunicativo ed esistenziale entro il quale abbiamo vissuto e stiamo vivendo l’era Covid.

Quali certezze abbiamo acquisito, in questo anno e mezzo di travaglio, sul ruolo che svolgono la scienza, la comunicazione pubblica, le abitudini individuali, la tecnologia, anzi le tecnologie? Una ce n’è, nessuno può negarla: è che in questo frangente il mondo è cambiato, e noi con esso. Dunque, è certo che ora ci rappresentiamo il futuro, includendovi la scienza, la tecnologia, le idee, le credenze, in modo diverso da come eravamo abituati a definirlo in età ante-Covid. Abbiamo più dubbi di prima. Accettiamo che dentro l’orizzonte delle cose possibili ci siano non solo i gradualismi nelle due direzioni dell’avanzamento e dell’arretramento ma possano esserci anche delle esplosioni, delle crisi, nell’accezione più radicale del termine. 

Tutto questo non è solo male, anzi. Significa che abbiamo imparato o stiamo imparando ad includere, nel nostro orizzonte di esperienza e dunque di esistenza, il principio fondamentale dell’incertezza. Da un’esistenza pensata e sognata con la maiuscola ci stiamo adattando ad una condizione più modesta, un’esistenza con la minuscola. Lì per lì non ci crederete, ma se ci pensate bene è davvero una conquista arrivare a riconoscere che la scienza è qualcosa di più e di diverso che raccogliere e organizzare dati e vincolare interpretazioni. Così è per la politica, e così è anche la vita. 

Sarà insomma utile, o addirittura doveroso indicare una prospettiva simile anche per la scuola. In che cosa consisterebbe una formazione capace di dialogare e far dialogare con l’incertezza? Che caratteristiche dovrebbe avere la scuola ben fatta del dopo-Covid?

Ce lo dice ora, ma ce lo diceva già prima Morin, col suo richiamo a mettere al centro del sapere scolastico un essere che integri ad un tempo biologia, fisica, comunità, storia, non come discipline accademiche, ma come “pezzi specifici di realtà”: un individuo che sappia coniugare vita e morte (sì: morte), esattamente come sa associare cinema o romanzo, cioè immaginario, e realtà, industria e psiche. Possiamo realizzare un obiettivo così impegnativo dando fiducia incondizionata ad un’organizzazione disciplinare centrata sulla logica delle materie da coprire, dei libri da far studiare, delle lezioni da proporre e degli esami da gestire o c’è urgenza di aprire gli spazi delle aule e delle menti, dunque della didattica, anche ad un altro tipo di esperienza, più fluida, aperta, coinvolgente, operativa, collaborativa di quella consueta? 

In questa seconda prospettiva il riferimento ad una consapevole ed avanzata cultura del digitale sarebbe certamente d’aiuto, in quanto permetterebbe di capire che, se non la si costringe a simulare le condizioni materiali dell’insegnamento in presenza, l’infrastruttura tecnologica di rete (associata  e non sostituita all’infrastruttura tecnologica della stampa) fa fare cose altrimenti impossibili: non fosse altro perché induce a manipolare e integrare suono, immagine, scrittura, perché fonda l’esercizio del sapere sulla logica della reversibilità, perché vive delle dinamiche della collaborazione, perché, in sintesi, permette di mettere in gioco esperienza e conoscenza. Cose, tutte queste, che hanno il pregio di risultare altamente educative.

Come arrivare a realizzare, o almeno come iniziare a pensare di poter realizzare tutto ciò? Nessun vincolo, nessuna sollecitazione potrà venire dal di fuori o potrà maturare dall’alto delle scuole se dal di dentro, riflettendo attorno a quel che di positivo e costruttivo s’è comunque fatto nei mesi scorsi, non si inizierà a ragionare su come rendere più avventurosa e accattivante l’esperienza di apprendimento dei nostri giovani, su come prepararli, attraverso una scuola ben fatta e non soltanto piena di cose, a vivere in un mondo impegnato a liberarsi delle (false) certezze.