Dalla redazione
Del cartoon didattico e della sua funzione a scuola abbiamo già scritto altrove. Qui il punto è un altro: cosa può fare un’immagine in movimento che una spiegazione, per quanto ben fatta, non può fare.
Sull’intelligenza artificiale la scuola produce soprattutto materiale che spiega: come funziona un modello linguistico, cosa sono i dati di addestramento, come si formano i bias. È alfabetizzazione tecnica utile, ma resta un contenuto che lo studente riceve. Nessuno di questi materiali lo mette nella posizione di dover decidere qualcosa, e la questione che l’IA pone a chi va a scuola oggi non è tecnica. È una questione di responsabilità: quali decisioni siamo disposti a delegare, e cosa resta in capo a noi quando la delega è avvenuta.
Il cinema, su questo, fa un’operazione diversa dalla spiegazione: non trasmette un contenuto, costruisce una situazione. Mette chi guarda dentro un conflitto e lo lascia lì, senza scioglierlo. Non produce competenza, produce giudizio.
Risorse Umane, cortometraggio di Fabio Bastianello presentato il 10 settembre alla Mostra di Venezia, è un esempio di cosa questo può voler dire applicato all’IA: un’azienda affida a un sistema automatico la valutazione delle persone, fino alla decisione su chi assumere e chi licenziare. Non è un film contro l’intelligenza artificiale, ed è proprio questo che ne farebbe un buon materiale di lavoro se arrivasse a scuola: un film ostile alla tecnologia darebbe agli studenti una posizione già confezionata, esattamente come farebbe un video entusiasta. Tenere aperta la tensione tra efficienza e responsabilità, invece, costringerebbe chi guarda a prendere posizione da sé.
A presentarlo a Venezia è Mauro Sabella, docente e referente della formazione di Impara Digitale. È un dettaglio che conta, perché il legame con il film non nasce da un incarico istituzionale né da una collaborazione tra enti: nasce da un incontro. Durante un suo intervento sull’intelligenza artificiale nella didattica, tra il pubblico c’era Bastianello, che al termine gli ha fatto diverse domande sul rapporto tra IA, persone e futuro. Da quella conversazione è nata la chiamata a Venezia.

È esattamente il tipo di ponte che vale la pena osservare, perché racconta qualcosa di più ampio: chi si occupa di formazione sull’IA e chi fa cinema stanno arrivando, da direzioni diverse, alla stessa domanda: come si insegna a una persona a restare responsabile di una decisione che una macchina può prendere al posto suo. Che il contatto si sia creato così, da una conversazione dopo un intervento e non da un progetto costruito a tavolino, dice qualcosa sul motivo per cui il film ha potuto tenere aperta la tensione invece di risolverla in una direzione o nell’altra: chi lo ha portato in una sede come Venezia non era lì per promuoverlo, ma per aiutare il pubblico a starci dentro.
Non è una gerarchia
Sarebbe però sbagliato leggere tutto questo come una svalutazione dell’animazione a favore del cinema dal vero. I due formati hanno forze diverse, e sull’intelligenza artificiale sono complementari in modo quasi esatto.
Il cinema mostra le conseguenze. Ha bisogno di corpi, di volti, di una persona a cui la decisione accade. Rende visibile l’effetto, non il meccanismo.
L’animazione fa l’opposto: può rappresentare ciò che non ha corpo. Un modello statistico, una funzione di ottimizzazione, un processo di classificazione non hanno un aspetto. Non esiste un’inquadratura possibile di un pregiudizio incorporato in un dataset. Il cartoon può inventarne una. È l’unico linguaggio che consente di guardare dentro il sistema, e non solo il punto in cui il sistema tocca una vita.
Una scuola che voglia lavorare seriamente su questi temi ha bisogno di entrambi. L’animazione per capire come funziona. La narrazione cinematografica per capire cosa comporta.
Il salto che manca
C’è però un passaggio ulteriore, ed è quello su cui la scuola italiana è più indietro. Finché il video resta materiale che gli studenti ricevono, il beneficio è limitato. Guardare un corto e discuterne è un buon inizio, ma resta un’attività di consumo, per quanto critico.
Il salto avviene quando sono loro a produrre. Scrivere una sceneggiatura significa decidere quale conflitto è quello vero e quale è decorativo. Costruire una scena su un algoritmo che valuta una persona significa scegliere di chi mostrare il volto: di chi decide o di chi subisce la decisione. Sono scelte etiche prima ancora che narrative, e non si possono fare senza avere capito il tema. Non a caso, a lavorare a Risorse Umane sono stati gli studenti dell’accademia di Bastianello: è la conferma che il salto da spettatori a autori è possibile anche fuori da un progetto scolastico in senso stretto, e che la scuola può prendere questo come un modello da riprodurre, non come un caso isolato da guardare da fuori.
Il rischio opposto è quello che si vede con una certa frequenza nelle scuole: il video usato come riempitivo, l’ora di supplenza coperta con un documentario, il film proiettato senza un prima e senza un dopo. In quel caso il linguaggio audiovisivo non è uno strumento di pensiero, è un modo per far passare il tempo. E l’effetto sull’attenzione degli studenti è peggiore di quello di una lezione frontale, perché insegna che le immagini sono qualcosa di fronte a cui ci si siede.
La differenza tra le due cose non sta nel titolo scelto. Sta nella domanda che l’insegnante mette in mano alla classe prima di premere play, e in cosa succede quando la proiezione finisce.