Contributo a cura di Roberto Maragliano, già Docente Universitario
A due anni di distanza dalla prima edizione, sta per iniziare la fase operativa della nuova stagione del progetto “ImparIAmo a scuola con l’intelligenza artificiale”, promosso da Impara Digitale. L’andamento e i risultati della prima fase sono documentati nel rapporto di ricerca/intervento, disponibile in formato ebook a questo link:
https://www.imparadigitale.it/report-finale/#flipbook-df_51764/1/.
Nel frattempo, molte cose sono cambiate nel mondo della scuola. Gli istituti hanno investito, grazie ai fondi PNRR, in attrezzature e infrastrutture tecnologiche; il MIM ha pubblicato linee guida per orientare l’introduzione dell’IA nel rispetto di criteri etici e di sicurezza; la Commissione Europea ha reso pubblico il DigComp 3.0, che propone una prospettiva sempre più trasversale delle competenze digitali. Allo stesso tempo, è stato introdotto il divieto di utilizzo dei dispositivi personali in classe nelle scuole secondarie di secondo grado, fatta salva qualche limitata eccezione.
Al di fuori degli spazi strettamente scolastici, e negli ambiti di confine tra scuola e mondo, come la formazione iniziale e continua dei docenti o il rapporto tra istituti e famiglie, per non dire dell’annosa questione dei ‘compiti a casa’, questi fattori assumono pesi e ruoli differenti. Il tutto va letto alla luce di un altro dato decisivo: in questi due anni l’uso dell’intelligenza artificiale generativa, consapevole o no, è diventato sempre più pervasivo. Al punto che è ampiamente accettata l’idea che l’IA non sia qualcosa di esterno, che si aggiunge all’esperienza digitale, ma un elemento ormai costitutivo di quell’esperienza tecnologica che, a sua volta, è sempre più difficile distinguere dall’esperienza di vita nel suo complesso.
È dentro questa nuova stagione, ricca di opportunità ma anche di insidie, che nasce, dall’interno delle scuole, il desiderio di mettersi alla prova, di sperimentare, di verificare con uno spirito autentico di ricerca l’impatto di questa nuova dimensione del reale.
Del resto, quanto sta accadendo in ambito formativo da diversi anni, ormai, ci aiuta a comprendere che, nelle società mature e democratiche, la scuola non è più soltanto un luogo di trasmissione di saperi codificati, ma si costituisce, giorno per giorno, anche come uno spazio in cui si incontrano e interagiscono sensibilità, punti di vista, modi di essere e di pensare appartenenti a generazioni diverse. Dentro la società della disseminazione tecnica e tecnologica del sapere ogni generazione sviluppa un suo modo di produrre idee, conoscenze ed esperienze: su di esso l’ambiente tecnologico e culturale entro cui ha scoperto e incorporato il mondo ha una grossa influenza.
È un discorso, questo, che vale, in termini generali, per buona parte dell’Europa, ma che in Italia assume un’evidenza del tutto particolare, anche per il tipo particolare di politiche dell’istruzione che sono state fatte, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.
La generazione più anziana tende a riconoscersi nel primato del sapere stampato, associato ad astrazione, distinzione e analiticità. Quella successiva è segnata dalle logiche immersive, fluide e partecipative delle comunità sonore e visive, proprie della comunicazione televisiva. La generazione più recente, quella di chi è giovane oggi, ha invece maturato un’esperienza del mondo reticolare, interattiva, mobile.
In una prospettiva di convivenza, all’interno degli spazi culturali della scuola, di questi diversi orientamenti, diventa essenziale evitare ogni tentazione di polarizzazione: tra fissità e movimento, astrazione e immersione, analisi e sintesi, tanto nella relazione didattica quanto nella scelta dei contenuti e degli strumenti tecnologici.
In fondo, non è così importante sapere che cosa insegnanti e studenti pensano dell’intelligenza artificiale. È più rilevante capire che cosa fanno con l’IA e, soprattutto, che cosa l’IA, se non adeguatamente pensata e interpretata, fa di loro, come di tutti noi.