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La tecnologia non è la cura per ogni malanno: da una scuola della tradizione ad una scuola dell’innovazione.

Maria Giuseppina Loi, docente di lettere presso il liceo scientifico di Ghilarza (Oristano), condivide sul nostro blog l’esperienza di un Istituto in sofferenza e in crisi di identità nel quale l’introduzione massiccia di tecnologie non ha prodotto i risultati che, ingenuamente, ci si aspettava arrivassero da soli.

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Prendi una scuola di periferia, un territorio che soffre per il decremento demografico, metti insieme ragazzi la cui preparazione cosiddetta di base è seriamente preoccupante, aggiungi il fuggi – fuggi di alunni che tentano un salto di qualità (presunto) ad altro istituto con lo stesso indirizzo di studio, in altra provincia o altra sede, ed eccoci giunti ad un rush finale anticipatore di un consistente ridimensionamento scolastico per una realtà che due anni fa ha perso la sua autonomia.

E dire che una sorta di speranza quale panacea miracolosa si era accesa qualche anno fa quando, grazie ad un importante piano di investimenti tecnologici, la Regione Sardegna provvedeva a finanziare imponenti PON per dotare le scuole di Lim, Pc, tablet con oculata formazione per i docenti.

Ahimè! Le lavagne multimediali vengono installate, proiettori di ultima generazione, Pc da brivido! Caspita, ora gli alunni faranno faville e gli insegnanti creativi e innovativi lavoreranno con entusiasmo!
Altro che innovazione ed entusiasmo: la formazione degli insegnanti parte a distanza di due anni e mezzo dall’installazione degli apparecchi avvenuta nel 2013 e molti docenti deliberatamente la rifiutano. E quei pochissimi che partecipano alla formazione non mettono in pratica e non esercitano: non c’è l’uso della LIM, se non come sfondo su cui proiettare, incapacità diffusa nel trovare strategie didattiche al di là della cattedra, rifugio sicurissimo per tanti colleghi.

Come se non bastasse, ad oggi, ecco la linea Internet a singhiozzo, i pc infetti e oramai obsoleti, LIM sulla cui superficie non si può operare. Che sconforto!
Quanto ho appena detto sopra è solo una parte di un sistema scuola (per lo meno quella che io vivo), oramai lacero e consunto che sta morendo ogni giorno e che vedo agonizzare. La sofferenza maggiore è vederlo soffocare senza riuscire a trovare vitamine per tentare un afflato rivitalizzante. Per qualcuno la soluzione starebbe molto semplicemente nella pedagogia del proporre pratiche di accoglienza basate sui sorrisi e sufficienze a gogò perché “comunque l’alunno qualcosa l’ha fatta“, o del “dobbiamo tenerci gli alunni così come sono“.

Ma credo sia giunto il momento di fare le prime considerazioni.

In primo luogo, in una scuola la tecnologia usata come un soprammobile non serve a niente se la componente insegnante non fa suo l’insieme delle potenzialità che il sistema tecnologia può offrire. A seguire, se non oriento la funzionalità delle TIC non approdo agli obiettivi la cui validità scaturisce dall’analisi dei bisogni; c’è il rischio che quegli obiettivi perdano di efficacia. Infine, non si può non partire dalla vivisezione del tessuto umano con il quale bisogna operare se poi applico una didattica fondata sul programma la cui stesura è quella ante 2010, lontana dal parlare di abilità e competenze. Siamo destinati a perdere se il corpo docente, o anche la stessa microcellula del consiglio di classe, non condivide un piano comune in cui tutti hanno ben chiaro il punto di partenza quale risultato di una oculata diagnosi.
Il rischio di sprofondare nel gorgo del non ritorno è il baratro, non per gli insegnanti, bensì per gli stessi studenti!

E ci siamo! A fine quadrimestre nel mio Istituto vanno via ben 29 alunni, significa una classe e mezzo o quasi. Se ne parla. Le cause: gli alunni stanno male!

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Ma per quale motivo stanno male? Ho posto questa domanda: la risposta sta nell’eccessiva intransigenza, in troppi 2 che “dequalificano la dignità umana”. Rido. No, non condivido tale giustificazione esageratamente riduttiva del problema. “Quale consiglio di classe ha programmato per UDA? Quale consiglio di classe ha dato vita ad un percorso vero per la certificazione delle competenze? Chi tra noi ha condiviso un percorso didattico strutturato che appellandosi alla validità delle tecnologie abbia fornito un compito di realtà? Chi ha fatto uso funzionale dei laboratori attraverso la ricerca del fare con utilizzo di strumenti in grado di forzare la mano sulla curiosità, sulla sperimentazione, sull’analisi?”
Sono solo alcune delle domande da me poste. Risposte: nessuna. Condivisione delle domande: nessuna.

Perché quindi i ragazzi sono andati via? Forse perché alcuni hanno imparato solo a ripetere con il libro aperto i contenuti di pagine? Altri perché considerati, per così dire, molto bravi si sono sentiti inadeguati quando concretamente è stato chiesto loro (nella terza superiore di un Liceo) di provare a leggere seriamente e fare la comprensione del testo con le 5 W?
Qualche altro si è pure ribellato quando, chiesto di far uso funzionale del proprio tablet o smartphone per produrre un testo in Word, con inserimento di una tabella su cui fare confronti, si è sentito incapace nel rendere lo strumento adeguato ad altro che non fosse il mero utilizzo per andare sui canali social.

E se poi qualche famiglia attacca il docente che vorrebbe rendere la tecnologia un supporto alternativo dice: “E insomma tutta questa tecnologia.., mio/a figlio/a sente troppo l’impegno del mezzo informatico. E poi a cosa servono queste app per studiare italiano? Si prende il libro e si studia! Perché la classe virtuale, hanno il diario per scrivere i compiti! E poi tutte queste mail e notifiche..!”. Anzi qualche genitore ha pure usato la parola “stalking”. Alla faccia delle bombardanti notifiche provenienti dai social in cui molti alunni “vivono” lontani dall’occhio genitoriale!

Che dire? Io so di averle sentite quelle parole. Mi sono opposta a chi dice no e sono quasi 15 anni che, superata la tradizione dello spiegare e interrogare procedo seguendo l’innovazione, lottando giorno dopo giorno affinché si faccia un discorso serio sulla tecnologia a scuola. Sono partita da lontano con i lucidi, quando a mano compilavo le prime mappe concettuali che proiettavo, per arrivare ad un oggi in cui  faccio del tablet il mio libro, il mio quaderno, la mia penna per offrire veramente un’alternativa per uccidere la noia, nel tentativo anche di colmare il non conoscere del saper fare. Ma è una fatica se sei da solo, se ti sforzi di aprirti a chi in silenzio ti guarda e si allontana se provi a proporre opzioni alternative.
Star bene a scuola significa saper produrre, indicare, insegnare. Centrare quindi quel segno opposto all’oscurantismo dettato dall’ interrogare per dare un voto senza neppure una rubrica di valutazione condivisa.

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Se i ragazzi vivono gli spazi dell’aula come soldatini in fila dietro i banchi, se l’insegnante di turno giunge e si infuria se i banchi sono disposti come piattaforme per il lavoro collettivo, se i colleghi del consiglio di classe si ostinano a presentare in una dimensione di solipsistica religiosità programmazioni con: presentazione della classe, finalità, obiettivi, contenuti da svolgere, strumenti, tipologie di verifiche, quale successo formativo può concretizzarsi? Vale a qualcosa la presenza in classe del pc, della LIM o dell’insegnante che compila il registro elettronico?
Insomma se manca il piano di lavoro come progetto steso e nato dall’analisi condivisa che induce tutti a camminare su un’autostrada a senso unico, se non si conoscono neppure le disposizioni in materia di normativa, se la tecnologia è un’appendice superflua, se non si crea una coscienza della scuola in grado di assolvere al suo compito primario di stabilire relazioni non solo empatiche, bensì comunicazioni messe a sistema per concretizzare un prodotto, il rischio del flop è dietro l’angolo.

Concludendo, la tradizione porta con sé un bagaglio di esperienze alle quali non posso rinunciare, la storia è la stessa, ma è l’energia che cambia, e perché energia vi sia, la devo produrre, la devo alimentare, la devo vitalizzare.
E non ci sono segreti! La chiave di volta è insegnare affidando alla tecnologia un ruolo funzionale, reso strutturale purché condiviso. E allora le famiglie apprenderanno che la scuola è luogo dell’imparare collaborativo condiviso anche attraverso un nuovo che avanza nella metodologia; i ragazzi educati al sapere consapevole sapranno apprendere così come ho appreso io, a suo tempo, con la famosa enciclopedia de “I quindici”. E già allora mettere in relazione due volumi per integrare gli argomenti risultava essere una competenza pari a quella che io, oggi, posso richiedere ad un alunno se chiamato a documentare la fonte da riportare sul foglio elettronico, per definire la bibliografia o sitografia.

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Non è la tecnologia in sé a risolvere il problema, bensì bisognerà porsi nell’ottica di dover affrontare il problema scandagliandone le cause; la tecnologia offre soluzioni se identificata quale strumento utile per una soluzione alternativa.

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